Le storie del dopo

Domenica 18 giugno, al Festival della Lentezza, proietteremo in anteprima nazionale “Il canto del ritorno“, il documentario che Alessandro Scillitani ha girato insieme a Paolo Rumiz per dare voce e immagini al sisma che ha colpito il centro Italia. Abbiamo fatto ad Alessandro alcune domande.

1) Da dove nasce l’idea di un documentario dedicato alle aree colpite dal sisma?

Mi interessava cercare le storie del dopo, quando lo stato di emergenza si è attenuato e i media tendono a dimenticare. In generale, cerco di dare voce a chi è lontano dai riflettori, di raccontare quello che apparentemente fa meno notizia. È un tipo di approccio che mi accomuna molto a Paolo Rumiz, con cui ho condiviso questa forte esperienza. In particolare, cercavamo, tra le macerie, la vita, l’energia, la speranza.

2) Che cosa avete trovato durante il viaggio? Qual’è la situazione reale sul posto? E lo stato d’animo della popolazione?

Siamo partiti dalla zona di Amatrice. Inizialmente ci ha preso un senso di sconforto, nel vedere la condizione dei paesi, certi sono letteralmente azzerati. Però, al di là della rabbia, giusta e inevitabile, abbiamo trovato tanti resistenti, gente positiva, che si rimbocca le maniche, che non sta ad aspettare.

3) Tra tutti i mezzi di locomozione possibili avete scelto il passo lento e attento del cammino per documentare tutto. Perché?

Solo a piedi puoi entrare davvero in contatto con le persone e con i luoghi. Se fossimo andati con altri mezzi avremmo raccolto solo le storie in superficie, invece così ci siamo calati profondamente nei territori, e siamo stati accolti da chi casualmente incontravamo. Da qui sono arrivate storie autentiche, positive.

4) Qual’è stata la cosa che ti ha colpito di più in senso positivo e in senso negativo?

Ciò che mi ha colpito di più in positivo è la straordinaria bellezza. Quando, attraversate le macerie di tanti paesi, siamo arrivati alla piana di Castelluccio, siamo rimasti senza parole, travolti dalla meraviglia. Ti viene da pensare che lì sei nel centro del centro dell’Italia, dell’Appennino, e sei avvolto al tempo stesso dalla poesia struggente della natura e dalle sue insondabili regole di distruzione. Il bello e il terribile convivono. Gli dei del sottosuolo insieme a quelli della superficie. In senso negativo, mi ha colpito molto vedere gli animali agonizzanti per via di un inverno passato senza stalla. Mi chiedo se non si potesse trovare un modo rapido per costruire ricoveri a disposizione dei tanti allevatori rimasti senza le strutture, danneggiate o distrutte dal sisma.

5) Cosa dovrebbero fare a tuo avviso le istituzioni per essere di aiuto concreto nelle zone colpite dal sisma? E cosa potrebbero fare (o stanno facendo) i cittadini per aiutarsi?

Ci vorrebbe meno burocrazia, ma soprattutto si dovrebbero predisporre una serie di fabbricati antisismici da utilizzare in caso di emergenza, senza doverli realizzare ad hoc nel momento in cui la tragedia si verifica. Mi ha colpito molto positivamente l’esempio di Campi. Lì la sede della Pro Loco, realizzata con criteri antisismici, ha resistito alle varie scosse di terremoto, per cui è stato possibile accogliere al suo interno tutti gli sfollati del paese. Questo ha permesso alle persone di non allontanarsi dal loro territorio. Credo che il pericolo più grande sia appunto quello che, intercorrendo tanto tempo tra il terremoto, la costruzione delle casette e la ricostruzione dei paesi, si rompa il tessuto del paese senza possibilità di ritorno. Luoghi che erano già in parte abbandonati, probabilmente, non recupereranno più la loro identità e rimarranno disabitati. Si dovrebbe lavorare per mantenere le comunità vicine alle loro abitazioni. Certo, occorre una maggiore consapevolezza. L’Italia tutta, praticamente, è a rischio sismico, si dovrebbe operare molto in termini di prevenzione, per preservare i nostri tesori e le nostre vite.