I violini di Santa Vittoria

Il primo spettacolo del Festival della Lentezza 2017 sarà un concerto molto particolare. Un cammino a ritroso in un pezzo di storia d’Italia. Scopriamo insieme di che si tratta.

1) Chi sono i “Violini di Santa Vittoria” e come nasce il progetto?

Facciamo un passo indietro. Nei primi decenni dell’Ottocento si diffondono nelle campagne emiliane nuovi balli di origine popolare. Sono il valzer, la mazurca, e la polca. Così nasce il liscio, un genere molto diverso da quello che viene proposto oggi dalle orchestre spettacolo, e a Santa Vittoria di Gualtieri, paese di braccianti, questa nuova tradizione musicale prende la forma di un fenomeno unico. Si suona con gli strumenti ad arco, in piccoli gruppi orchestrali di cinque elementi che prendono vita quasi in ogni famiglia. Complice il socialismo, la musica diventa il mezzo per ottenere un futuro migliore. Lasciare quindi il lavoro nei campi per fare i musicisti e guadagnarsi la libertà.

Siamo cinque musicisti (Davide Bizzarri – primo violino, Orfeo Bossini – secondo violino e narrazioni, Roberto Mattioli – terzo violino, Ciro Chiapponi – viola, Fabio Uliano Grasselli – contrabbasso), unici rappresentanti di questa memoria musicale. Nasciamo nel 2001, come parte di un più ampio progetto di recupero storico del ballo liscio reggiano, e da qualche anno ci siamo costituiti in Associazione per affiancare all’attività concertistica quella progettuale di valorizzazione e promozione del nostro territorio. Abbiamo alle spalle quattro produzioni discografiche (una in collaborazione con Riccardo Tesi e Claudio Carboni) e tanti concerti in giro per l’Italia.

2) Siete andati a scovare una storia nel passato. Perché “la memoria” è importante?

Intanto domandiamoci se sia importante. Io credo di sì, ma la memoria ha un valore solo in relazione all’oblio. Mi spiego meglio. È vero che abbiamo aperto un baule dei ricordi, ma il nostro intento non era né archivistico, né tantomeno celebrativo. L’eccesso di memoria ha i suoi rischi, che hanno a che fare con la retorica passatista (“si stava meglio prima!”), o con un certo conformismo che giudica prima di capire. Non vogliamo quindi erigere monumenti o fuggire in un’angusta torre d’avorio. È necessario dimenticare per liberare le energie del presente. Le radici sono importanti ma solo in funzione dei frutti che una pianta può generare. E a noi interessano soprattutto i frutti. In fondo, I Violini di Santa Vittoria sono un progetto politico che ha come obiettivo la costruzione di una società migliore.

3) La musica abbatte barriere e arriva dove spesso si ferma l’indifferenza o la pigrizia. Che significato ha oggi fare musica di un certo tipo?

La nostra musica può costruire un’identità. Vorrei insistere su questo concetto: un’identità che è sempre da intendersi come un transito, e mai come figura morta della tradizione. Abbiamo guardato al passato perché ci siamo chiesti chi siamo nel presente. Prima di tutto a partire dalla nostra biografia di musicisti classici (veniamo tutti dagli studi in conservatorio) che hanno fatto una scelta non semplice a favore della musica popolare. E poi in generale rispetto alla vita, per aprirci idealmente al mondo e all’incontro con l’altro. Un aspetto che salverei della globalizzazione è proprio la pluralità delle voci che colloquiano tra loro, e che si scambiano modi diversi di dare senso all’esistenza. I Violini di Santa Vittoria sono parte di questo racconto collettivo, che è poi una sorta di cosmogonia postmoderna, un universale mito delle origini.

4) Cosa suonerete a Colorno, come è costruito lo spettacolo?

A Colorno porteremo uno spettacolo che si chiama Denominazione d’Origine Popolare, un concerto arricchito da narrazioni che presentano i brani e nello stesso tempo raccontano la storia dei braccianti vittoriesi. È una sorta di filos (ma senza la stalla) nel quale la parola agisce. Fa esperienza, fa comunità. La regia è di Paola Bigatto, un’artista che ha lavorato molto con Ronconi e che è stata fondamentale nel nostro processo di crescita e nel favorire il mio lavoro di scrittura dei testi. Le musiche invece, tutte originali dei primi del Novecento e riarrangiate dal nostro primo violino Davide Bizzarri, sono state composte da Arnaldo Bagnoli, Aristeo Carpi e da altri musicisti di Santa Vittoria.

5) Programmi futuri?

All’orizzonte ci sono tanti concerti e speriamo anche alcune iniziative importanti. A parte il prossimo disco, su cui stiamo lavorando a livello di ideazione, sarebbe fondamentale, per un progetto dallo spiccato carattere culturale come è il nostro, costruire un rapporto solido con il territorio. Questo in parte è già stato fatto con la campagna di crowdfunding con la quale abbiamo finanziato il nostro ultimo cd, che sarebbe il live dello spettacolo. La partecipazione della comunità di Santa Vittoria e dei nostri sostenitori è stata straordinaria. In meno di quarantacinque giorni abbiamo raccolto oltre 7.000€. Ma vorremmo fare di più. Stiamo lavorando all’apertura di una scuola di violino popolare, proprio a Santa Vittoria, che potrebbe essere il perno di ulteriori attività: un festival, una rassegna cinematografica, magari un archivio. Insomma, le idee non mancano. L’importante è che in questo lavoro titanico non si resti da soli e che si trovi qualcuno che abbia il coraggio, per una volta, di investire veramente in cultura evitando di sperperare denaro, pubblico e privato, in iniziative che rincorrono solo la logica dell’evento e della visibilità immediata ed effimera. I braccianti di Santa Vittoria ci hanno insegnato l’importanza dell’essere visionari. Un passo alla volta, in marcia verso un avvenire meraviglioso.