Fare le cose con i piedi

Foto di Nicola Gennari

L’idea poetica del prossimo anno ruota intorno al tema del CAMMINO. Eccola in anteprima assoluta.

Fare le cose con i piedi, invertendone il senso. Non più come se fosse un errore, o un atto di superficialità. Ma come azione mirata e voluta. Camminare come dichiarazione di indipendenza, come atto d’amore.

Scrive Paolo Rumiz in “Appia”: “In Italia chi va a piedi è un’anomalia… Non è la pietra che fa la via, ma l’atto ripetuto del camminare… Il cammino non è solo bosco, argine o sentiero, ma anche città, periferia, fabbrica, banlieue. Cantoniera abbandonata, cancello con la scritta ATTENTI AL CANE. Persino filo spinato, di quelli tristi e affilati che tornano di moda oggi in Europa. Il cammino si fa nel mondo, non fuori dal mondo. Comporta anche vesciche, graffi, punture di vespa, zaffate di tubi di scarico, insulti, diffidenza. E’ un’immersione, non un decollo verso altezze rarefatte”.

Inesorabilmente lenti, riconnettendoci con il nostro ritmo interiore. Perché la velocità mortifica le differenze, cancella le terre di mezzo, svilisce la bellezza di un territorio ricco di storia e di storie, come è il nostro Paese, nonostante tutto ciò che gli riserviamo ogni giorno. Andare a piedi nell’arcipelago della repubblica del nostro io, per dialogare con le nostre interiorità. Perché si cammina anche stando immobili.

Ci sono tanti modi per far muovere i piedi. C’è chi quei piedi non riesce a muoverli, chi con quei piedi ci lavora. C’è chi li usa per giocare, chi con i piedi scappa da scenari di guerra e di fame.

Fare le cose con i piedi, per riscoprire ciò che ci circonda, per riaprire gli occhi senza oblò o finestrini a far da filtro e barriera. Ed accogliere la vita a quattro chilometri all’ora.

Sosiene Socrate che “chi vuole muovere il mondo muova prima se stesso”. La nostra rivoluzione è tutta qui, in fondo: un passo alla volta, e tanti passi assieme. Al festival cammineremo, stando fermi: immagini, parole, storie, racconti. Saranno esempi concreti e visioni. Azioni. Saranno i nostri passi, le lettere di un nuovo alfabeto. Forse precario, ma comprensibile a tutti.