Canapa revolution

Canapa revolution

10 maggio 2018

Chiara Spadaro è giornalista e scrittrice, collabora da anni con Altreconomia, tra i media partner di questa edizione del Festival. E' autrice di numerosi libri, tra cui "Canapa revolution" che presenteremo domenica 17 giugno alle 12. Le abbiamo fatto qualche domanda.

1) Dove nasce l’idea di un libro sulla canapa?

Nasce dalla storica Conferenza internazionale sul clima di Parigi (anche nota come COP21) del dicembre 2015. Mentre i governi mondiali discutevano l’accordo che definisce un piano d’azione globale per limitare l’aumento del riscaldamento globale al di sotto dei 2°C rispetto ai valori dell’era preindustriale (quello che Trump ha disconosciuto poco dopo la sua elezione), al Global Village of Alternatives di Montreuil viveva il “World hemp quarter”, promosso da “Initiative Chanvre” per mostrare i tanti usi della canapa e condividere le esperienze di filiere locali, testimoniando come sia possibile una transizione verso un mondo più sostenibile.

Anche il nostro Paese, negli ultimi anni, ha riscoperto la canapa e i suoi innumerevoli usi. Grazie a “Il filo di canapa” – il primo libro che ho pubblicato con Altreconomia sulla canapa, nel 2016 -, negli ultimi due anni ho potuto incontrare tante delle realtà che hanno scelto con coraggio di coltivare la canapa in Italia, riconoscendo in questa pianta una valida alternativa ecologica alla crisi ambientale, climatica e anche economica. Quando si nomina la parola canapa, o cannabis, ancora oggi c’è sempre qualcuno che sorride con malizia. In molti non sanno però che coltivarla (entro i limiti previsti dalla legge) è perfettamente legale e che da ogni pezzetto di questa pianta si può ricavare una materia prima utile a un impiego diverso. Dai piccoli semi oleosi, buoni da mangiare, alla resistente fibra tessile; dalle applicazioni in bioedilizia della parte interna dello stelo – quella più legnosa -, agli importanti usi terapeutici delle infiorescenze; dall’uso cosmetico a quello ricreativo.

2) L’Italia aveva una lunga tradizione nella produzione della canapa per i vari utilizzi. Che cosa è successo a un certo punto e che cosa si può fare per ritornare protagonisti?

L’Italia, da secondo produttore mondiale che era fino agli anni Quaranta del Novecento, ha poi abbandonato questa coltura amica dell’ambiente: per la fatica della lavorazione manuale, per i pregiudizi sui suoi presunti effetti psicotropi e – soprattutto – per l’interesse delle grandi multinazionali, orientate all’industria del petrolio e dei suoi derivati.

A partire dagli anni Cinquanta, il rifiuto delle faticose tecni- che di macerazione – ieri come oggi, un mancato investimento in innovazione tecnologica -, l’aumento del costo del lavoro, lo sviluppo dell’industria delle fibre sintetiche – meno costose e più facilmente lavorabili – e soprattutto la più recente applicazione dell’art. 26 del Dpr 309/90 (la Legge antidroga Jer- volino-Vassalli), decretarono a poco a poco la decadenza della canapicoltura in Italia. Eppure, a dimostrazione che la canapa è una pianta davvero resistente, qualcosa di nuovo si è mosso in questi ultimi anni. Secondo Coldiretti, infatti, nel 2014 si è registrato un aumento del 150% dei terreni coltivati a canapa per i così detti usi “industriali” (alimentare, tessile, bioedilizia, ad esempio).

3) Nel libro racconti di storie e progetti concreti. Da questi esempi virtuosi è possibile definire un paradigma generale e una “strategia nazionale”?

Pur essendo numerose le esperienze virtuose che abbiamo raccolto con Altreconomia, è difficile pensare a una tale definizione poiché quando parliamo di canapa non possiamo generalizzare, ma occorre essere invece molto precisi sulle diverse varietà e gli usi che possiamo fare di questa pianta. Penso che fare informazione consapevole su questo tema significhi proprio evitare le generalizzazioni e raccontare invece la canapa con tutte le distinzioni necessarie caso per caso, per evitare di aumentare ulteriormente la confusione sull’uso di questa pianta.

4) Perché la canapa può salvare il mondo, se è in grado di farlo…?

Non penso che sarà una sola pianta a salvare il mondo, ma una conoscenza più approfondita della canapa ci può aiutare ad attivare delle buone pratiche soprattutto da un punto di vista ambientale. Per fare solo un esempio, la canapa potrebbe sostituire tantissimi derivati dal petrolio per dare spazio a beni “a impatto zero” e durevoli nel tempo, avendo a cuore il futuro del pianeta.

L’EVENTO AL FESTIVAL