La cura delle donne

La cura delle donne

14 maggio 2018

Questa è l'eredità che le Mondine, di madre in figlia, ci hanno lasciato, l'eredità di donne che hanno combattuto e pianto, faticato e sofferto, riso e cantato.

“La messa della terra” è il concerto del Coro Mondine di Novi che andrà in scena domenica 17 giugno alle 10.30 presso il terzo cortile della Reggia. Abbiamo chiesto a Giulia Contri di raccontarci un po’ della storia del coro.

Quando nasce il coro e da chi è composto?

Il coro nasce agli inizi degli anni 70 da un’idea del primo maestro Torino Gilioli, la cui moglie tra l’altro era una mondina, di formare a Novi per la prima volta una corale: accorsero una sessantina di persone tra le quali un gruppo di donne, amiche tra loro, che in gioventù avevano fatto la risaia. Solo allora scoprirono di avere in comune, oltre a quella esperienza dura di lavoro e di lotte, in cascine diverse in Piemonte, la passione del canto. Ben presto si delinea quello che poi diventò Coro Mondine e Cavallanti, per la presenza di alcuni uomini che avevano lavorato nello stesso periodo come braccianti. Dopo alcuni anni di uscite per i primi concerti nelle fiere e sagre di paesi vicini, anche gli uomini lasciano e si costituisce così Il Coro Mondine di Novi di Modena, formato per lo più da vere mondine e alcune altre donne amiche. Ora sono rimaste solo un paio di queste donne, il resto siamo figlie e nipoti di mondine, anche di età molto diverse, donne comunque che condividono queste radici e l’amore per il canto e la cultura popolare.

Ci puoi raccontare del vostro repertorio? Come vengono selezionate le canzoni?

E’ costituito soprattutto dai canti che le stesse mondine anziane ci hanno insegnato, canti di lavoro, di lotta, contro la guerra, della Resistenza, canti d’amore e di tradimenti… Insomma, tutto il vasto repertorio della risaia, compresi i canti che la radio trasmetteva all’epoca e che ebbero vasta popolarità nelle campagne. Negli anni si sono aggiunti altri brani grazie ai numerosi scambi con altri gruppi, come i Tupamaros, MCR, Gang, Fiamma Fumana… A volte lo spunto è arrivato dall’incontro con scrittori, registi e autori di teatro. In generale comunque anche tutte le nuove cante proposte devono essere nelle nostre “corde”, cioè le dobbiamo sentire nei contenuti e nei moduli come “nostre”, raccontare di gente, anche lontana da noi, ma che in qualche modo ha legami con la storia e la cultura della loro terra.

Cosa porterete al Festival della Lentezza?

Da diversi anni, con l’arrivo nel coro di una mondina appassionata di scrittura, Manuela Rossi, i nostri concerti sono diventati spettacoli a tema, dove si raccontano piccole storie attraverso la lettura di brevi paginette e l’esecuzione di cante il più possibile inerenti al racconto stesso. Pensando al tema di questa edizione del Festival, ‘Coltivare’, porteremo lo spettacolo “La Cura delle Donne”, un racconto che viene da lontano e parla di una donna della nostra terra, una contadina, una mondina, che lascia alla propria figlia in eredità la passione, passione che ha guidato le donne, che le ha unite in ideali comuni, che ha fatto vincere la paura e con la paura tante battaglie, la passione e la cura che unisce le famiglie, la passione che questa terra ha istillato goccia a goccia nelle vene, giorno dopo giorno, di generazione in generazione.

La vostra musica è (anche) un modo per ricordare, per fare memoria condivisa. Perché è così importante “parlare” attraverso la musica di un periodo storico e di una condizione apparentemente così lontani dall’oggi?

Noi mondine, così continuiamo a chiamarci con orgoglio e onore anche se non abbiamo fatto la risaia perché quelle sono le nostre radici culturali, con il nostro canto e le nostre storie, raccontiamo di valori e ideali che le lotte di un tempo ormai lontano hanno consentito la conquista di diritti umani inalienabili che sono il vero patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni. Questa è l’eredità che le Mondine, di madre in figlia, ci hanno lasciato, l’eredità di donne che hanno combattuto e pianto, faticato e sofferto, riso e cantato, con la consapevolezza che, seppur così piccole,  sono state la radice della storia di chi è venuto dopo di loro. E a noi piace pensare che non sono state inutili.