Alle piante dobbiamo la vita

Alle piante dobbiamo la vita

22 maggio 2018

Il modello animale è veloce, ma nella velocità sacrifica la creatività, la precisione nella risoluzione dei problemi, la socialità. Tutto ciò che noi consideriamo moderno, da internet a wikipedia alle criptovalute è costruito come una pianta. Il Professor Stefano Mancuso terrà una lezione al Festival della Lentezza, sabato 16 giugno.

Stefano Mancuso, scienziato di prestigio mondiale, professore all’Università di Firenze, dirige il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale (LINV). Membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior, ha insegnato in università giapponesi, svedesi e francesi ed è accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili.

Nel 2012 «la Repubblica» lo ha indicato tra i 20 italiani destinati a cambiarci la vita e nel 2013 il «New Yorker» lo ha inserito nella classifica dei “world changers”. Al Festival della Lentezza, immerso nell’anfiteatro del Giardino della Reggia, terrà una conferenza sulle piante intitolata: “Verdi, non stupide!”. Lo abbiamo intervistato.

1) Partiamo dalle cose semplici: di cosa e quanto sono creditori gli alberi nei confronti dell’uomo e più in generale degli animali?

Noi dipendiamo dalle piante, dobbiamo loro tutta la vita, non potremmo esistere se non ci fosse la vita vegetale. Tutto parte da questo. Non è però soltanto una questione biologica, ma anche rispetto al benessere delle persone, la nostra psicologia: in presenza di piante c’è un minor numero di malattie mentali, di disagi, di crimini contro la persona. Insomma, non si può prescindere.

2) A un certo punto del libro “Plant revolution” lei scrive “Sembrerà un paradosso, ma nel prossimo futuro dovremo per forza ispirarci alle piante per ricominciare a muoverci”. Che intende dire?

Abbiamo intrapreso una strada per il futuro dell’umanità che non è percorribile. Come può essere sostenibile un modello che consuma più risorse di quelle che ha a disposizione? Qui non si tratta di opinioni, ma è un concetto fisico, se hai cento non puoi consumare di più. Le piante dimostreranno ancora una volta la loro incredibile capacità di risolvere problemi. Le piante non consumano risorse, non consumano energia, anzi la generano. Ispirarci alle piante, in questo senso, sarà fondamentale.

3) Lei sostiene che l’uomo ha molto da imparare dalle piante, come la questione della cooperazione: “Ogni organizzazione in cui la gerarchia affida a pochi il compito di decidere per molti è inesorabilmente destinata a fallire”. E’ dalla condivisione che dobbiamo ripartire?

Le piante, che rappresentano la quasi totalità della vita (circa 96% di tutto ciò che sulla terra è vivo) hanno un modello che è diverso dal nostro. Noi abbiamo costruito tutto sul modello animale che è basato su una testa che governa, un sistema che è centralizzato. La nostra società, i nostri strumenti, sono concepiti e costruiti in questa maniera. Questo è un modello fallimentare. Le piante sono decisamente più moderne, si regolano su un sistema distribuito e diffuso, e quindi più robusto. Oggi il tutto si riassumerebbe con una parola che a me non piace molto, resiliente. E’ un modello egualitario, in cui la soluzione avviene laddove il problema è sorto. Il modello animale è veloce, ma nella velocità sacrifica la creatività, la precisione nella risoluzione dei problemi, sacrifica la socialità. Tutto ciò che noi consideriamo moderno, da internet a wikipedia alle criptovalute è costruito come una pianta, in maniera diffusa. Lo studio di questi organismi che per 500 milioni di anni si sono evoluti esclusicamente in questa direzione può essere un’enorme fonte di ispirazione per l’uomo.

4) Oggi si combatte per l’acqua, sempre più inquinata, sempre più contesa. Lei sostiene la possibilità, in un futuro ormai prossimo, di utilizzare l’acqua del mare in agricoltura.

La questione dell’acqua è una questione centrale. La quantità di acqua dolce è pochissima, entro il 2050 arriveremo ad essere 10 miliardi di persone, ad oggi usiamo il 70% di acqua dolce in agricoltura, è quindi ovvio che questo è un modello destinato a finire. E’ una questione di semplicissime operazioni aritmetiche, neanche di alta matematica o di fisica. L’acqua non è sufficiente, dobbiamo trovare sistemi per utilizzarne meno e utilizzarne altra. Per forza di cose l’acqua del mare è un’opportunità, che rappresenta il 97% di tutta l’acqua presente sul Pianeta. Così com’è è tossica per le piante, ma se si riesce ad eliminare il sodio e il cloro diventa un perfetto medium nutritivo per le piante. Una delle soluzioni è quella di introdurre nella catena alimentare un numero considerevole di piante che oggi non consideriamo, ma che hanno un alto valore nutritivo, che sono chiamate alofite e che vivono con l’acqua di mare, e che possono essere quindi coltivate con l’uso dell’acqua marina. Questa ed altre pratiche possono e devono essere messe in atto per uscire da questa crisi di sistema. Se segniamo su una mappa del nostro emisfero la linea che è la cosiddetta  linea della siccità, al di sotto della quale piovono meno di 100 millilitri di acqua al giorno, abbiamo il 99% delle guerre che si combattono oggi, e capiamo meglio di cosa stiamo parlando. A Colorno proverò ad affrontare questi temi e ad approfondirli insieme a voi.

L’EVENTO al Festival della Lentezza, sabato 16 giugno ore 17.15.