Fare spazio al prossimo

Fare spazio al prossimo

2 giugno 2018

Il coro Shosholoza coltiva relazioni nella diversità che sono biologia pura. Sabato 16 giugno un'esibizione molto speciale nel terzo cortile della Reggia di Colorno, a partire dalle 10.30.

Sabato 16 giugno alle ore 10.30 nel terzo cortile della Reggia di Colorno si esibirà il Coro SHOSHOLOZA con un’esibizione dal titolo: “Biodiversità vocali per un presente di pace”.

Il gruppo è formato da circa 20 elementi provenienti da quasi tutti i cinque continenti (Europa, Asia, Africa, America Latina) e diretto sapientemente da Francesco Camattini, cantautore di Parma, che abbiamo incontrato prima delle prove in via Bandini n° 6, a Parma, sede del Centro Interculturale.

Direttore, com’è nato il coro Shosholoza?

Il gruppo nasce a dicembre 2013 dall’idea dei volontari di alcune associazioni facenti parte del Centro Interculturale di Parma e, da allora, non smette di accogliere nuovi componenti, provenienti da diversi realtà, ma con la stessa passione: la musica. Il coro ha una vocazione sociale tendente ad unire e non dividere le varie realtà culturali presenti sul territorio parmense. Queste culture che il coro ritiene essere risorse da sfruttare, ma, soprattutto, ricchezze da condividere.

Cosa significa Shosholoza?

Shosholoza è il nome di una delle prime canzoni che abbiamo cantato insieme. Si tratta di un brano folk, tradizionale sudafricano e la parola di lingua zulu significa “andare avanti” o “fare spazio al prossimo”. È quasi una parola onomatopeica, che ricorda il rumore dei treni a vapore, l’immagine del viaggio, di persone in movimento. Quello che interessa ai shosholosi è, però, la sua origine, che è quella di un canto di lavoro e, molto spesso, di prigionieri.

Qual è il repertorio del coro?

Dietro al coro c’è la scommessa di fare incontrare persone di culture diverse attraverso la musica. Shosholoza è un coro che si propone di interpretare un repertorio musicale che raccolga davvero tutti i colori del mondo. Si passa dalla musica africana a quella latino americana, dal folk al gospel, passando per il soul e la musica del ‘400. L’intensa filosofia che genera questo progetto corale è da identificarsi nei valori di condivisione e lo spirito d’amicizia che idealmente pervade tutti i cinque continenti.

La vostra esibizione al Festival si chiamerà “Biodiversità vocali per un presente di pace”, quale il collegamento con il tema del COLTIVARE?

Abbiamo scelto il titolo della nostra esibizione durante la prova di Amazing Grace, dove da solisti si alternano un ragazzo africano, una ragazza venezuelana ed un baritono europeo. Ci piaceva il tema del 2018, coltivare. Il coro Shosholoza coltiva relazioni nella diversità che sono biologia pura. Relazioni “lente e profonde” (non affrettate e superficiali come vorrebbe il copione della contemporaneità) forse potrebbero essere uno dei modi per uscire da un presente la cui cifra “stilistica” sembra il conflitto e la prevaricazione. Il coro Shosholoza crede che sia ora di rimettere le relazioni al centro della contemporaneità: le relazioni positive, la solidarietà e la “pratica della gentilezza”  sono il grande supporto per la nostra pratica vocale. Mi viene da dire che la ricerca della Pace ha almeno due dimensioni: una micro, ovvero nelle relazioni di prossimità e una macro, ovvero di contesto e di struttura che si spiega – a mio avviso – prima di tutto attraverso la ricerca della giustizia sociale.